domenica 27 aprile 2014

Ogni mio respiro

Ogni mio respiro racconta 
il mio amore che ti accarezza 
le labbra. 
È come quando 
dopo aver fatto l'amore 
ti sussurro piano nell'orecchio 
che ti amo, 
è come quando 
percorro i tuoi capelli per arrivare 
ai tuoi pensieri. 
Ho disteso un milione di poesie 
sui tuoi occhi 
per ricordarti che parlano 
solo di te,  
ho rubato al tempo la memoria 
perché non si ricordasse di scorrere 
quando ti bacio. 
Le mie giornate profumano di te 
come il mio cuore che, finalmente, 
grazie a te non piange più.

G.R.

sabato 26 aprile 2014

Il racconto di un ragazzo che non c'è più. #6

6.

La sua estate era divisa in due, si sentiva come una spia di qualche film americano, aveva due identità anche se rimaneva sempre lo stesso. Tutto questo era dovuto alla voglia di vedere sia Stefano che Elisa, ma di non poterlo fare tranquillamente come se niente fosse. Così, ogni pomeriggio che non passava con Stefano stava con Elisa e il suo carattere difficile. Era così lei, prendere o lasciare, in un attimo poteva trasformarsi dalla persona più dolce del mondo a quella che non vorresti mai incontrare per la tua strada. Brillante e intelligente, acuta e pungente, il loro rapporto si basava su abbracci e capocciate, confessioni e frecciatine. A lui questo piaceva, provava per lei un feeling che non sentiva da tempo, lei sapeva tenergli testa in qualsiasi momento e questo lo sorprendeva, perché solo Stefano lo sapeva fare altrettanto bene. Pensava parecchie volte a loro, ai suoi migliori amici, alle persone per le quali avrebbe fatto ogni cosa per vederle felici, eppure non ci riusciva. Elisa era fidanzata con Paolo, un ragazzo strano, lui non lo conosceva molto bene nonostante fossero stati  parecchio amici alle scuole elementari, e lo stesso anche con Stefano, ma alle medie. Sorrideva a pensare a quanto fosse strana e complicata questa storia, Elisa amava due ragazzi, ma questo la spaventava e per non rovinare tutto ciò che aveva creato col suo vero ragazzo non muoveva un dito, pietrificata.

Erano le sei di un pomeriggio che si stava spegnendo lasciando il posto ad una calda serata estiva, lui uscì di casa in fretta, era in ritardo. Percorse il vicolo dove c’era casa sua e salì le scalette, poi voltò a destra e continuò dritto fin quando non raggiunse quel ponte che ormai era il punto di ritrovo con Elisa. Lei era già lì, provò un senso di accoglienza quando la vide sorridere, come quando d’inverno tornando da scuola, entra in casa e il calore dei sifoni lo abbraccia. Dopo un veloce scambio di baci sulla guancia si avviarono verso il parco passando per la ferrovia del treno regionale, scesero le scale della stazione ed entrarono nel parco. Si sedettero sul prato e l’erba gli solleticò le gambe lasciate nude dai pantaloni corti, incominciarono a parlare lasciando da parte tutto ciò che occupava la loro testa prima del loro incontro. Dopo circa un’ora che stavano assieme Elisa si fece seria in volto e chiese: “Come sta?”, lui fece finta di non capire: “Chi?”, lei un po’ scocciata: “Non prendermi in giro, sai di chi sto parlando.” “Bè bene, ha conosciuto una ragazza, si chiama Amelie, per la verità si salutavano già a scuola, sembra gli interessi, spero sia la persona giusta per dimenticarti.”, lei abbozzò un sorriso finto, ma che lasciava trasparire quasi un sollievo: “Sono felice, se lo merita.”

Quella sera dopo aver accompagnato Elisa a casa tornò confuso, pieno di pensieri che prima non avevano mai popolato la sua mente. Provava gelosia, e lo capì quando quel pomeriggio Elisa aveva chiesto di Stefano, non era mai successo, ma quel pomeriggio, al parco, era scoppiato qualcosa dentro di lui, un sentimento che andava quasi oltre l’amicizia, un sentimento che lo spaventava, perché non sarebbe dovuto esistere. Col passare dei giorni più ci pensava più questa sensazione si faceva limpida, sembrava quasi si alimentasse dell’acqua dei suoi pensieri, lui non voleva, sapeva che questo avrebbe rovinato tutto, avrebbe spazzato via quel castello di carte che era la sua amicizia con Stefano ed Elisa, ma non sapeva come sradicare dalla sua testa questo pensiero. Così lo nascose, insieme agli altri, nel cimitero dei suoi desideri affranti, vicino all’amore per Alessia e le sue labbra.

Stefano incominciava a parlargli di Amelie sempre più spesso, gli raccontava che le aveva chiesto di uscire utilizzando una scusa stupida, e che lei aveva accettato, si erano divertiti molto, iniziava a interessargli diceva. Lui lo incoraggiava, gli diceva che secondo lui doveva provare a costruire qualcosa insieme a lei, che poteva essere la persona giusta, quella che poteva prendere il posto di Elisa. Nel frattempo non scrisse ad Elisa per un paio di giorni, non rispondeva nemmeno ai suoi messaggi e se lo faceva dopo poco s’inventava qualche impegno inderogabile, voleva capire prima cosa gli stava succedendo. Passarono in fretta quei giorni di novità e confusione, e Stefano veniva sempre più attratto da Amelie, una sera tornando a casa insieme a lui gli disse: “A me piace, sto bene con lei, e molto carina e poi è una bella persona.” lui rispose: “Sono contento sai? Si vede che in questi giorni sei più spensierato, sembra che questa Amelie t’interessi proprio eh?”, e Stefano concluse: “Penso proprio di si.”

 G.R.

mercoledì 23 aprile 2014

Treno

I treni
possono essere
metafore potenti.

Binari,
persone che l'attendono,
sciocchi che li perdono.

I treni
sono metafore potenti.

Eccolo, lo vedete
quell'uomo?

Il suo treno è
un viso,
due occhi di notte
e sogni estinti.

Il suo treno è
un amore vecchio,
cicatrici e
sangue porpora.
Troppo poco per prenderlo, e
troppo
per dimenticarlo,
lui l'ha perso il suo 
treno.

Ed ora si ritrova
scalzo, perso
a seguire quei binari
che non toccano
terra.

Cammina,
non può fare altrimenti.

L'ombra 
della sua ultima illusione
muove le sue gambe stanche.

E voi,
passeggeri del vostro
treno di fumo
ridete pure,
anche lui lo farebbe se
fosse al vostro posto.

Ma,
il suo treno è passato.

L'ha visto all'orizzonte
una sera d'estate,
fumava di passione
sotto un cielo
di fuochi d'artificio.

E mentre vedeva finalmente
i colori
di quella notte 
riflettersi e illuminare
il viso del suo treno,
ha capito
in un respiro 
l'amore di vetro.

Eccolo, vedete
quell'uomo?

Ridete,
il suo treno è
passato, e non si è
fermato.

G.R.

sabato 19 aprile 2014

Il racconto di un ragazzo che non c'è più. #5

5.

Il tempo scorreva lento e incolore, placido sul letto liscio della sua vita. Il tempo gli passava affianco e gli sorrideva beffardo, un treno di fumo che non sostava da nessuno parte, o eri dentro, o non ci saresti potuto salire, quasi non avessi i requisiti richiesti, quasi non avessi superato una qualche prova, marchiato del nulla.

Molte volte si soffermava ad osservare le persone, lì, su quella panchina lungo il fiume vicino al ponte di ferro. Quel luogo era il posto dove lui si rifugiava quando il silenzio muto della sua vita lo stordiva. Si sedeva su quella panchina e mille domande eruttavano dall'attaccatura dei suoi capelli. Voleva capire come facevano, le persone, dove prendevano la forza di procedere. Le vedeva camminare e sorridere, e si chiedeva se ciò che facevano fosse reale, voleva sapere se dietro quel sorriso c’era qualcosa, voleva scoprire come facevano a camminare a testa alta, lui non ci riusciva, aveva paura di ciò che avrebbe visto.
Ha sempre ritenuto di essere un ottimo attore, o forse un egregio bugiardo, lui quel suo vuoto interno lo nascondeva, la celava al sole e agli occhi di tutti. Nascosta tra lo stomaco e la spina dorsale tratteneva la sua paura, era quella morsa che lo attanagliava quando a volte una voglia di volerci provare avanzava in lui. Quest’ammasso nero travestito da esperienza gli bloccava i piedi, e poi le mani, fino ad arrivare alla parole, ai pensieri, lasciandolo nudo e incapace di continuare. Lui aveva paura, era come se dopo aver visto casa sua ardere nel fuoco, non volesse più accendersi una sigaretta, come se c’ho che aveva sofferto gli avesse scavato nella mente una specie di fobia di vivere, e lui, terrorizzato, si nascondeva dietro ad una maschera di cera, in attesa di qualcosa che non sapeva se esisteva.

Quel pomeriggio era molto caldo, uno di quei caldi che sembrano risucchiarti le forze, uno di quelli che sembra ti si sdraino addosso appesantendoti le gambe e le braccia, lasciandoti inerme. Le foglie degli alberi si muovevano inspiegabilmente sospinte da un vento che non esisteva, l’aria era pesante, entrava nei polmoni a gomitate rendendo difficile il respiro. Stefano era andato da lui quel pomeriggio, come quasi tutti i giorni, e verso le 5 avevano deciso di uscire un po’ e andare al boschetto vicino casa. Camminavano dalla parte ombrata del marciapiede, quasi come se, tornati bambini, giocassero ad uno di quei giochi di fantasia che si fanno da piccoli, nei quali non si deve toccare la linea delle mattonelle, o si deve camminare precisamente su di una linea retta a costo di morire cadendo in chissà quale terribile abisso. Stefano interruppe il silenzio tagliando l’afa con le sue parole: “Tu cosa saresti disposto a fare per provare un brivido in questa vita? Sai, l’altro giorno ho visto un film che parlava di eroinomani, cazzo, tu dirai che si sono rovinati la vita con quella roba, ma loro ad ogni dose provavano qualcosa che noi non potremmo mai provare.” “Ci sono tante altre cose che noi non potremmo provare, e forse quelli che si fanno non provano qualcosa che noi possiamo invece, non so.” “Nel film dicevano che l’effetto dell’eroina e come quello di un orgasmo moltiplicato per mille, detta così mi verrebbe quasi da provare!” “Non dire cazzate dai Ste, valà.” “Scherzavo è logico, ma penso che se fossi malato e mi dicessero che ho due mesi di vita, tra le tante cose che vorrei fare ci sarebbe anche questa. Tu invece che vorresti fare in una situazione simile?” “Non lo so, non ci ho mai pensato. Ultimamente ho pensato invece a cosa succederebbe se morissi. Sarei curioso di vedere se qualcosa cambierebbe, alla fine noi abbiamo fatto qualcosa per rimanere indelebili? Forse le persone a cui siamo stati vicini ci ricorderanno, ma nelle loro vita cambierà qualcosa se noi morissimo? Sarei curioso di vedere chi verrebbe a salutarmi per l’ultima volta, chi lo farebbe dispiaciuto sinceramente e chi no, chi piangerebbe per me.” “Bah, io farei una festa penso..” “Non ne avevo dubbi!”.

Anche quel pomeriggio come tutti gli altri passò tra risate e parole, sorrisi che sapevano di amicizia. Lui e Stefano erano così diversi, ed è per questo che era così forte il loro legame. Stefano era una persona di compagnia, sempre con la battuta pronta, aveva bisogno sempre di gente intorno perché la sua maggiore paura era rimanere solo. A volte poteva sembrare quasi volesse solo farsi vedere, ma non era così, Stefano non voleva ritrovarsi senza nessuno affianco e quindi rendeva tutto ciò che diceva o faceva il più interessante possibile per tenere vicine le persone. Forse aveva paura di rimanere solo con se stesso, non voleva sentire ciò che aveva da dirsi, aveva paura che il pensiero di Elisa sarebbe ritornato a galla per schiaffargli in faccia quel sentimento complicato che per adesso teneva nascosto sotto maree fredde di altri pensieri. Lui invece non è che non era di compagnia, anche a lui piaceva stare a contatto con le persone, ma a differenza di Stefano, conosceva la solitudine e non ne aveva timore. Ha sempre ritenuto che a volte un momento di raccoglimento in solitudine può servire, per fare un po’ il punto della situazione, per capire dove andare, cosa fare, è in questi momenti che lui si ritrova a scrivere. Quando si ritrova solo a pensare, le sue sensazione si amplificano, quasi come se ne alzasse il volume al massimo, e come se questa musica di emozioni prendesse la sua mano e la muovesse, incomincia a scrivere. Sentimenti in parole, solo la poesia può farlo, prendere un qualcosa, anche di minuscolo o di quotidiano, e renderlo indelebile, perfetto nella sua semplicità. Forse era proprio perché nascevano nella solitudine che le sue poesie rimaneva lì, senza che nessuno le leggesse, solo Stefano ed Elisa ne avevano lette alcune, ed entrambi ne erano rimasti colpiti, alcune parlavano anche di loro, del loro amore, se le si annusavano si sentiva la loro voce, il loro profumo, erano poesie di una vita. La maggior parte di esse però raccontavano dell’amore di lui per Alessia, quel sentimento così grande che è riuscito a bloccare la sua vita. Rileggendole si sentiva come quando cadi per terra dopo che hai provato a sederti, ma qualcuno ti ha levato la sedia da sotto, si sentiva tradito, perso senza nessun punto di riferimento, ed era per lui come una cura, era così che si ricordava ciò che aveva passato e lo teneva come modello per non commettere di nuovo quegli errori, lui era come se si graffiasse un dito per ricordarsi ed evitare di tagliarsi di nuovo tutta la mano.

 G.R.


sabato 12 aprile 2014

Il racconto di un ragazzo che non c'è più. #4

4.


Quella sera andò al parco della città, quel minuscolo puntino verde in mezzo a quel crocevia di strade, era lì che d’estate i ragazzi andavano la sera, non si faceva niente di particolare, c’era un prato, una chitarra e qualche sigaretta. Nel chiarore dei lampioni poi la vide, quel viso, quel sorriso, ormai non sapeva neanche più perché lo amasse così tanto, era diventato parte di lui, era come se fosse un pezzo di lui, non poteva farne a meno; un braccio o una mano che non aveva mai avuto, si chiamava Alessia lei. In quel gran frastuono di voci e visi Ale lo riconobbe, sorrise leggera e andò verso di lui, che fingeva di non essersene accorto. A smascherare la sua commedia fu un bacio sulla guancia, morbido, quasi fosse una carezza. “Fai finta di non vedermi?”, gli sussurrò Alessia in un orecchio, “No scusa, ero perso nei miei pensieri” rispose lui piano, “Sempre il solito eh?!”, quella frase profumava di innocente ironia, quasi disarmante, risuonava nella sua testa rimbalzando da un orecchio all’altro. Rimasero a parlare del nulla per tutta la sera, solo per il gusto di farlo, solo perché era bello. Ridevano e scherzavano con i soliti quattro amici, ma lui prima di farlo guardava di nascosto lei, per vedere se anche quelle sue labbra sottili si deformavano in un sorriso. Quella serata altalenava in lui stati d’animo opposti, quasi come la fiamma di una candela sottoposta ad un leggero spostamento d’aria, momenti in cui un sorriso sincero segnava il suo viso, altri in cui la sua anima soffocava. E poi, come quando si strozza una fiammella togliendole l’ossigeno, così quella serata si consumò silenziosa. “E’ tardi, devo andare a prendere il bus. Ciao.” concluse Alessia, e il sipario calò, vide lei e il suo ragazzo andarsene, ridendo. Buio.

Il muretto sul quale era seduto era freddo, come se nessuno l’avesse mai toccato, lui col piede strofinava sotto la suola un sassolino sull’asfalto provocando un rumore simile ad uno scricchiolio. In mano stringeva tra due dita una sigaretta aspirandone avido l’anima di catrame, cercava invano di spegnere quell’incendio di pensieri che gli bruciava i capelli, ma l’acqua che aveva non era abbastanza, così soffriva in silenzio per le sue bruciature. A svegliarlo dal suo assopimento arrivò Stefano:
“Sei proprio un coglione, sai?!” “Beh, grazie, anch’io ti voglio bene.” “Non lo capisci proprio che quella ti usa soltanto, vero? Lei fischia e tu come un cagnolino corri da lei sbavando, cos’è che ti aspetti, un croccantino?” “Ste le tue metafore sono sempre molto suggestive, ma sta sera non ho voglia di parlarne, non ne ho le forze.” “Ma smettila! Io non ti capisco, sembra quasi che ti piaccia stare così, sembra quasi che fare la vittima ti allieti.” “Stefano ti prego, basta, va a finire che discutiamo.” “Povero lui, vuoi che anch’io incominci a dire così come gli altri? E’ inutile che fai così con me, io le cose te le dico in faccia, anche se ti stanno scomode, perché io così non ti voglio più vedere!” “Ste, ma mi dici che cazzo vuoi? Secondo te non lo so che dovrei mandarla a farsi fottere e basta? Secondo te non ci ho provato a togliermela dalla testa? Sono tutti bravi a parlare, tutti!” “Bene allora! Fai quel cazzo che vuoi, continua così!”.

Quella sera tornarono a casa in silenzio, le parole che non si dicevano avevano il rumore dei loro passi che si inseguivano, metro dopo metro sprofondavano nei loro pensieri. “Ste io sono molto stanco salgo, ci vediamo domani.” “Senti mi dispiace per quello che ti ho detto..” “Hai ragione su tutto, ciao.” e aprì il cancello esterno di casa sua avviandosi verso il portone. Aspettò di sentire il motorino di Stefano accendersi e andarsene. Non salì a casa, aveva bisogno di un po’ d’aria fresca, scese la rampa che portava al suo giardino, e si stese sul prato appena umido, alzò la testa verso il cielo ricoperto di stelle e scrisse:


Ha le mani fra i capelli

Ha le mani fra i capelli,
è l'unica cosa
che gli è rimasta da fare
ormai.
Prova a fermare quella
tempesta
che ha dentro.
Tuoni e verità scomode
incidono la sua
anima.
Poi
alza la testa,
anche lui vorrebbe brillare
lassù.
Illuminare
la strada che
lei
percorre.
Perché lei,
lei è
l'ombra che insegue
il suo passo,
lei è tutto.
Tutto quello che lo
disgusta,
tutto quello che può farlo arrivare
lassù, a bruciare.
E così rimane
con le mani fra i capelli,
è ancora l'unica cosa
che gli rimane
da fare.






G.R.

lunedì 7 aprile 2014

La persona che sapeva sempre

C'è ancora il tuo odore,
qui,
nella tua stanza.
quella dove ti rinchiudevi
sempre,
viaggiavi in
quell'immenso
della tua mente,
e poi riapparivi,
bello, alto ed
elegante,
pronto per il pranzo.

Ti ricordi
quando tornavo da scuola e come
prima cosa salutavo te?
Coprivo i tuoi occhi
che avevano visto
tutto, e
ti sussurravo:
"Chi è?!”

Stupido gioco
di un bambino
innamorato 
di suo nonno.

Ma tu scherzavi
sempre ed
io ridevo.

Vorrei mi vedessi
ora.
Vorrei che
tu,
la persona che sapeva,
sempre,
mi dicesse che
è questa la mia
strada.
Vorrei poter ancora arrivare da dietro,
in silenzio, e
giocare con te:
“Chi sono?!”

Io non lo so.

I lampioni
in questa strada
non esistono.


G.R.

venerdì 4 aprile 2014

Il racconto di un ragazzo che non c'è più. #3

3.

Le giornate si rincorrevano uguali, sempre lo stesso cielo, sempre la stessa aria, si sentiva quasi mancare il fiato, è come avesse una forma di claustrofobia per il mondo, per tutto quello che intorno sembra prendersi gioco di lui. Erano poche le cose che sembravano provare a cambiare tutto questo, ed erano le amicizie con Stefano ed Elisa, due persone che si amavano, ma non potevano. Tre storie tanto simili da essere diverse le loro, tre persone talmente differenti da incastrarsi. Era estate quando Stefano gli disse “noi diventeremo migliori amici, ne sono certo.”, una frase che lo colpì molto, uno spruzzo d’insolito nel grigio, un’anomalia. Era da poco che si parlavano, ed altrettanto poco tempo passò prima che quella frase diventasse realtà.
Illuminavano le spente serate della loro città urlando sottovoce i loro sogni, e si perdevano i loro sguardi in quegli orizzonti. Si aiutavano a restare a galla. Lui riusciva a non pensare con Stefano, riusciva a mettere da parte quei massi che aveva in testa. Sentiva parole simili uscire dalla lingua di quelle due persone che gli stavano vicino, e le filtrava cercando di dare a loro quello che lui non era mai riuscito ad avere. Quello che aveva imparato a sue spese lo riversava su Stefano ed Elisa, consigli, poesie e musica, ma sembrava quasi che alla fine quei due lo facessero apposta a farsi del male. A volte il dolore mantiene svegli, a volte è meglio che non sentire nulla, a volte sentire una ferita che brucia ti fa sentire vivo.
Stefano era, è, e probabilmente sarà sempre innamorato di Elisa, la prima ragazza che ha lasciato una cicatrice sul suo cuore, il primo vero bacio, il suo primo sogno. Era un sentimento maledetto il loro, poteva sembrare che non c’era, ma poi se si guardava attentamente era sempre lì, un ammasso di fili sottili che collegavano un cuore all’altro. Impossibile e per questo indistruttibile, nemmeno il tempo poteva scalfirlo, ma la vita è riuscita a tenerli lontani. Lui vedeva Stefano spegnersi quando si allontanava da lei, e riaccendersi quando si riunivano, erano come delle calamiti, si poteva mettere di tutto tra di loro, ma in un modo o nell’altro si sarebbero scontrati di nuovo. Baci clandestini, amore che usciva dalle loro bocche, i loro occhi che si mischiavano creando un colore nuovo, ma tutto questo era un istante rispetto al vuoto della loro lontananza.


L'amore di un amico

Le tue parole piene di lei
riempiono
giornate grigie dandogli
un colore.
Paranoie fumose riempiono
la tua mente
minando i tuoi sogni.

Ma pensi non abbia visto
i tuoi occhi
illuminarsi
incrociando i suoi?

Parole pesanti escono dal tuo
cuore
che grazie a lei batte
scandendo
giornate passate ad aspettare il
momento in cui

le vostre labbra si sfioreranno.
Momenti eterni
che superano tutte le domande
che ti poni.

Ho sprecato metafore fredde
per spiegarti quello che ho imparato,
e tu le hai scaldate
dandogli un senso che potevo solo
immaginare.
Le parole che escono
dalla tua bocca non cadono
vuote
sono le più piene che abbia mai sentito.


Di tutto quello che gli accadeva era uno spettatore pagante, e ciò che doveva pagare era il tempo che stava passando. Anni buttati in poesie scolorite, anni persi ad amare chi non lo meritava, è sempre stato così, troppo buono o forse troppo stupido per questo mondo. Versi spenti gli scorrevano nelle vene, perché alla fine la poesia è dolore, è la voglia di voler cambiare qualcosa che ti fa sentire male. Tutte le cose belle nascono dal brutto, è come se soffrire rendesse il terreno fertile, è come se dal letame nascessero i fiori.
Aveva perso la voglia di mandare sangue al cuore, aveva il naso impregnato di quel profumo tanto da averne il voltastomaco. A distrarlo da tutto questo c’era Stefano, loro potevano capirsi solo guardandosi negli occhi, potevano prevedere ciò che l’altro stava per dire, ma non sempre si dicevano tutto. Era solo una la cosa che Stefano non sapeva, ed era che il suo migliore amico era diventato lo stesso per la ragazza che amava. Non aveva previsto tutto questo quando gli aveva chiesto di scrivere ad Elisa per sapere qualcosa in più di quello che pensava, lui inizialmente aveva risposto di no, ma poi aveva ceduto, quella stessa sera le aveva scritto e a notte inoltrata, dopo averle parlato, ricevette un messaggio: “Va bene, se non posso sentire Stefano, scriverò a te.”. Questa fu quasi la stessa previsione che Stefano aveva fatto a lui, e anche questa dopo poco si avverò. Inizialmente in questa amicizia si parlava di Stefano, poi sempre meno, finché non ne rimase solo qualche traccia, ma nonostante tutto era sempre collegata a lui, era come un triangolo, Stefano, Elisa e lui, in mezzo.

Quando pensava ad Elisa gli veniva in mente quel ponte dove molte volte si erano fermati a parlare, a metà strada tra le loro case, si ricorda quando in estate si fermarono lì fino a notte fonda, con di fronte la luna, senza stancarsi, senza avere altri fini se non parlare, scherzare. Gli tornano in mente le passeggiate con il suo cane e lei, quelle ore al parco dove il tempo volava. A pensare a Stefano invece gli veniva in mente le loro storie tanto simili, quei pomeriggi insieme passati a parlare invece che a studiare, gli venivano in mente le loro litigate, quando i loro due caratteri così diversi si scontravano, quando uno dei due urlava in faccia all’altro tutti gli errori che stava commettendo. Lui viveva così, tra due amicizie fondamentali, di cui una segreta, ma non era perché volesse far del male a Stefano, era perché non voleva trovarsi davanti alla condizione di dover scegliere tra l’una e l’altra, sarebbe stato l’ennesimo sgambetto della vita. Era come se stesse in mezzo a due strade, la sua tutta malmessa e quelle affianco a lui troppo diverse tra di loro, un giorno viveva su di una, il giorno dopo si trasferiva sull’altra. 


G.R.

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